Un palliativista a supporto degli ospedali per combattere il COVID-19: settimana 2

 

La famiglia entra in corsia COVID+

Ricordate quando vi dicevo che nei reparti COVID-19 la famiglia è “FUORI”? E che pertanto il ruolo del palliativista è limitato al controllo dei sintomi? Beh, in una settimana le cose sono cambiate grazie a preziosi strumenti quali le videochiamate Whatsapp con cellulari e tablet (regalati dalla Fondazione dei quattro ospedali, Sabrina Spirolazzi e la gelateria Sherbet di Corbetta). Ero io prima a chiamare la famiglia telefonicamente per aggiornarla degli eventi clinici, ascoltando raccomandazioni: “Gli dica che deve tenere la maschera, perché glielo dice sua figlia!”, messaggi di supporto: “Le dica che suo nipote aspetta che torni per il buon risotto che solo lei è capace di cucinargli”, saluti emozionanti: “Dottoressa, gli dica che anche se bisticciavamo, mi manca moltissimo!”, fino al congedo: “Lo accarezzi per me, per favore”. Ora posso far entrare, seppure virtualmente, la famiglia nella camera del proprio caro, vederlo dopo giorni di incertezza e paura, salutarlo e avere risposta: volti emozionati, occhi lucidi, sorrisi amari, lacrime e qualche sfogo. Sguardi intimi che cercano dietro le parole la verità.

Anna e Debora hanno chiesto di vedere la loro mamma nonostante fosse priva di coscienza e prossima alla morte, dicendo: “se non possiamo vederla nemmeno dopo la morte, allora ce la faccia salutare ora”, così siamo entrate in camera insieme, loro entrambe “connesse” e preparate a ciò che avrebbero visto, le loro parole come carezze, proprio quelle parole che ci si nega nella quotidianità, che esprimono gratitudine, tenerezza, amore e infine l'addio. Siamo uscite dalla stanza, ho ascoltato tutta la loro drammatica sofferenza soffocata in camera. Ho pianto con loro - non ho mai creduto che la commozione sia debolezza - il palliativista non si ABITUA alla SOFFERENZA come alcuni dicono: “Lei, dottoressa, ci sarà abituata.”

Medici e infermieri commossi mi fermano in corridoio: “La scuola non ci ha preparati per affrontare tutto questo”. Emozioni che hanno bisogno di essere veicolate, raccolte, accolte. Per il malato che necessita di rassicurazione, per il familiare che, chiusa la comunicazione, rimane solo in attesa del prossimo contatto (qualora ci fosse), per gli operatori che hanno il carico di molto altro.
Una sera è partito quasi istintivamente un Whatsapp al dott. Mumoli, primario della Medicina di Magenta: “Nicola, c'è un nuovo bisogno da gestire.” Il giorno successivo mi comunicano che nei prossimi giorni, grazie a Paola Portalupi e Antonella Versetti, un'infermiera con competenza di counselor, Giovanna, sarà di supporto per la comunicazione fra malati e familiari e di sollievo al personale delle corsie COVID. È così è stato da ieri, lunedì 30 marzo, quando la counselor ha iniziato la sua attività nei reparti. Buon lavoro, Giovanna!

Leggi il resoconto della prima settimana di Clarissa in Ospedale