Un palliativista a supporto degli ospedali per combattere il COVID-19: settimana 1

 

Ascolto, osservo e imparo: ho trascorso così questi primi giorni in Ospedale. Le corsie che conoscevo si sono trasformate in lunghi corridoi ingombri di dispositivi di protezione: capo, occhi, piedi, ecc. Tutti bardati in questo modo, tanto da confondere: sono nel reparto di medicina o in quello di rianimazione? Le protezioni camuffano le persone e gli occhi si stringono in uno sguardo interrogativo che cerca un nome scritto sul prezioso camice monouso: “chi sei?”, sembrano dire. Poi qualcuno mi riconosce: “È la Florian!” Medici, infermieri e OSS si passano la voce. Mi accolgono felici e sollevati. I medici concentrati su cartelle, lastre, esami vogliono capire, devono capire. Gli infermieri sono gli occhi che sorvegliano tutto, me compresa. “Dottoressa si copra la testa e le scarpe.” “Le hanno già dato i guanti?” “Usi questa mascherina, è migliore”. Gli OSS, invece, pensano alle mie necessità primarie, tra cui una fetta di pizza da mangiare in cucina.

Penso a cosa posso fare, al modo in cui posso essere d’aiuto. È faticoso pensare ai pazienti che stanno morendo perché la testa è piena di chi potrebbe vivere. Qua in Ospedale il limite fra la vita e la morte è sottile, difficile da individuare perché tra le corsie si cura e si guarisce. Il virus invece si prende gioco delle nostre conoscenze: “Sembrava andasse bene, lo abbiamo fatto parlare con il figlio e dopo qualche ora con il figlio ci abbiamo parlato noi per dirgli che non c'è l'ha fatta.” Penso che quel limite dobbiamo studiarlo meglio, ecco io posso fare questo.

Il ruolo del palliativista cambia in questo contesto, è altro rispetto a ciò che conosco da 19 anni. Ascolto? Vicinanza? Comprensione dei bisogni? Quando ci penso mi viene da ridere. Noi parliamo con la bocca coperta dalla mascherina alle persone malate che dentro i caschi e con alti flussi di ossigeno non sentono. Le carezze sono asettiche, innaturali: dietro tre paia di guanti non percepisco neanche il calore dei loro corpi. E poi c’è il timore di toccarli, inutile negarlo. E la famiglia? Fuori! In attesa di una notizia con l’ansia e la consapevolezza che ad ogni squillo possano sentire il peggio.

Il personale sanitario deve anche occuparsi della famiglia, un aspetto che nelle cure palliative conosciamo bene. Quando si ammala una persona, a soffrire è tutto il nucleo famigliare. Nel ritmo frenetico di questi giorni i miei colleghi dell’Ospedale di Magenta hanno anche questo compito. Penso a Piera che mi ha chiesto aiuto perché aveva difficoltà da giorni con il suo cellulare: non riusciva a chiamare suo figlio. Io non mi intendo di tecnologia ma ho provato ugualmente ad aiutarla e per questa volta la fortuna ci ha assistito. Il cellulare di Piera è lo stesso di mia mamma e così sono riuscita a farla chiamare e per quei 10 minuti non ha sentito il fiato che mancava.

Anche la riunione di venerdì sera con il primario è stato qualcosa di nuovo per me. Ha esordito dicendo: “siete stanchi lo so, ma dobbiamo stare uniti, essere forti. Siamo in guerra! Apriremo 14 o forse altri 28 posti letto perché non riusciamo a dimettere i pazienti e dal pronto soccorso nel week end sono previsti molti arrivi. Ho bisogno di volontari per coprire i turni anche per questi nuovi posti letto. Vi ringrazio”.
Una serie di mani si sono sollevate: internisti, oncologi, pneumologia, infettivologi, ortopedici, ecc. Tutti pronti ad aiutare, tutti in prima linea.

Per chiudere ci tengo molto a lanciare un appello:
Non accedete al pronto soccorso per la febbre alta. Ricorrete al pronto soccorso solo se alla febbre si associa la mancanza del respiro. C'è paura, lo so, ma il rischio del contagio in ospedale è altissimo. Se accompagnate una persona anziana in pronto soccorso il rischio è che venga contagiato e non lo vediate più. Fate attenzione!