La carta di identità dello psicologo in cure palliative

Quali sono le caratteristiche di uno psicologo icure palliative (CP)? Quale percorso di studi e quale esperienza è necessaria per affrontare questo percorso? L’abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta Giorgia Vacchini che dal mese di ottobre fa parte dell’equipe dell’Hospice di Abbiategrasso.

Quale percorso formativo è il più rispondente allo psicologo in CP?
Il mio percorso di studi è iniziato con la laurea triennale in Psicologia Clinica e con una tesi intitolata “La Comunicazione della diagnosi in oncologia”. Successivamente ho conseguito la laurea specialistica in Psicologia della famiglia e svolto il tirocinio presso un consultorio familiare di Milano. L’ultimo passaggio è iniziato mentre lavoravo ed è stato l’iscrizione ad una scuola di specializzazione, l’European Institute of Systemic and Relational Therapy (EIST), per diventare psicoterapeuta.
I primi anni ho collaborato come specializzanda in un reparto di dietologia dove mi occupavo di famiglie con pazienti con disturbo del comportamento alimentare. Poi, quasi casualmente, ad un congresso ho scoperto il lavoro dello psicologo in cure palliative. Ho iniziato la mia attività presso l’Hospice di Abbiategrasso come specializzanda ed oggi collaboro con la struttura per 30 ore settimanali. Una delle cose che mi hanno colpito e affascinato della figura dello psicologo in cure palliative è la complessità del suo lavoro: non si rivolge solo al malato ma anche ai suoi familiari, agli operatori e ai volontari che ruotano attorno a lui. In questo campo, così come in altri, non si smette mai di imparare e di formarsi. Per questo frequento corsi di aggiornamento e il Congresso annuale della SICP (Società Italiana Cure Palliative).

Descrivi la giornata tipo dello psicologo in CP
Le mie giornate sono molto varie e questo mi stimola molto. La mattinata si avvia con le consegne. In un contesto come quello delle cure palliative le situazioni mutano molto rapidamente, per questo il briefing della mattina è cruciale. Solitamente gli operatori dei diversi setting rilevano il bisogno di assistenza psicologica e me lo segnalano. In molti casi sono i famigliari ad aver bisogno di un mio intervento, in quanto la sofferenza di una persona malata genera spesso altrettanta sofferenza in chi gli sta accanto. Ovviamente non parliamo di sofferenza fisica ma di un disagio psichico che merita uguale attenzione. Quando ricevo una segnalazione contatto personalmente i pazienti o i suoi famigliari e fisso un primo colloquio in cui inquadro la situazione e valuto se è necessaria la presa in carico psicologica.
Partecipo inoltre alle riunioni settimanali dell’equipe che hanno l’obiettivo di discutere dei casi integrando le diverse professionalità, progettare interventi e decidere come intervenire in situazioni complesse. Mi occupo inoltre della formazione degli operatori, della selezione e formazione dei volontari, dei progetti nelle scuole del territorio in collaborazione con altri operatori del servizio.

Perché le persone possono aver bisogno del tuo intervento?
Prima di rispondere è necessaria una premessa: la malattia inguaribile e la morte sono eventi critici, fanno parte cioè del ciclo di vita. Sono chiamati critici perché portano in sé un potenziale cambiamento di tutto il sistema famiglia. Quando una persona si ammala mutano inevitabilmente abitudini, ritmi, ruoli e posizioni familiari, la famiglia come sistema subisce uno scossone e ha bisogno di un tempo per tornare al suo equilibrio. Non tutte le persone prese in carico dal nostro servizio, siano esse pazienti o loro famigliari, hanno bisogno dello psicologo. Ci sono situazioni, la maggioranza dei casi, dove il mio intervento non è necessario e non vengo attivata. Il pianto e il dolore per una malattia inguaribile o per la perdita di un familiare sono reazioni che rientrano nella normalità, non è questo che spinge l’equipe a segnalarmi una situazione. L’equipe in cure palliative è formata per riconoscere la necessità di un intervento psicologico, ad esempio in quei casi in cui ci sono comportamenti di un individuo che rappresentano un campanello di allarme e vanno compresi meglio.
Mancanza di consapevolezza rispetto la situazione, difficoltà nell’accettazione della malattia inguaribile, comunicazione difficoltosa tra paziente e familiari o tra familiari ed equipe, presenza di minori o di persone fragili sono elementi da non sottovalutare.
I miei colloqui si rivolgono spesso ai famigliari poiché molti pazienti non sono in grado di sostenere un dialogo o perché hanno altri bisogni prevalenti, ad esempio il controllo del dolore fisico. Il malato che soffre perde le sue abilità fisiche, il suo ruolo lavorativo, familiare e sociale. Frequentemente i familiari possono vivere momenti analoghi: smarrimento, confusione e crisi di identità non riconoscendosi più nella posizione occupata precedentemente l’arrivo della malattia.
La malattia di una madre può ad esempio far crollare un figlio che era stato, fino a quel momento, il suo unico punto di riferimento e che l’aveva consolata per una vita; ancora può destabilizzare una moglie che ha vissuto condividendo tutto con il marito.
Dalla mia esperienza posso dire che una alcune storie ci suggeriscono che la morte non è una tragedia, ma l’apice di una grande sofferenza, fisica e relazionale, vissuta dai parenti dopo un lungo periodo a contatto con la malattia. Per questo va affrontata con i giusti strumenti perché le cure per una persona malata e l’accompagnamento alla morte sono soltanto un’altra espressione dell’interesse per la vita.