Un palliativista a supporto degli ospedali per combattere il COVID-19: settimana 3

Oggi vicinanza è presenza

Ricordate quella donna della foto della scorsa settimana? Si chiama Rachele, l’ho conosciuta per caso. Hanno portato una borsa per lei (al 7° piano covid si può) e mi viene chiesto di consegnargliela. Lei è collegata alla maschera per l'ossigeno, affaticata nel respiro, quindi l'aiuto ad estrarre gli oggetti e trovo quel tenero cuore rosso fatto per lei dai nipoti. Mi incuriosisce Rachele: una donna di altri tempi, il nome, la corporatura solida, sorride davanti al cuore ma non si commuove visivamente (io sì! Lo fotografo). Nasce simpatia e ogni volta che passo per il corridoio ci salutiamo.

Mercoledì sento la sua voce “Dottoressa, provi a sentire di mio marito, il Nino!” Purtroppo conosco Nino che da due giorni vedo al 9° piano covid perché le sue condizioni peggiorano. Questo virus sembra aver danneggiato i suoi polmoni e la sua testa: è agitato, non tiene il casco, neppure l'ossigeno. Più i suoi valori respiratori peggiorano, più è agitato. Quel mattino in cui Rachele chiede del marito, Nino è sedato da qualche ora. Io e gli specialisti che la curano decidiamo d'informarla. Per tutto il colloquio Rachele è seduta sul letto, gli occhi sul fazzoletto che attorciglia fra le mani. Sospira più volte. E poi una domanda “posso salire a salutarlo?” Il personale dei due reparti accoglie la richiesta di Rachele ma Nadia, la figlia, chiede di poterle parlare per qualche minuto: le lasciamo sole. La loro telefonata si conclude con “hai ragione, lo ricorderò così, come quel giorno”. Io prometto di andare a salutarlo per lei.

Per due giorni informo Rachele delle condizioni sempre più critiche di Nino, poi venerdì pomeriggio la notizia della morte. Nadia, al telefono, esprime tutta la sua preoccupazione nel dare l’annuncio alla mamma: “vede dottoressa, mamma ce la sta facendo. Oggi ho perso mio padre, non voglio perdere anche lei”. Io e Sara (un’infermiera con la 'I' maiuscola) entriamo in camera. Nadia è collegata in videochiamata, vuole dirglielo lei: “Mamma, papà non ce l'ha fatta, ci ha lasciati stamattina. Tu devi essere forte, ti vogliamo a casa con noi!” Vicino a Nadia una splendida nipotina sorridente e con gli occhi lucidi. Rachele annuisce: “Me lo aspettavo, 50 anni insieme e oggi ho sentito il vuoto”.
Prima di salutarla ci regala qualche ricordo: una vita NORMALE fra alti e bassi, rispetto e stima.

In un tempo diverso una carezza, un abbraccio, un contatto avrebbero fatto la differenza per garantire vicinanza. Tuttavia in questi giorni dobbiamo imparare ad esserci alla giusta distanza per tutelare noi e loro. Negli anni abbiamo imparato ad usare gli occhi, a misurare le parole, a volte i silenzi: l'ascolto ha bisogno di presenza più di quanto necessiti di vicinanza. (M. Cruciani)