L'infermiera Dalila: lascio l’hospice per una nuova avventura

Classe 1993, in Hospice dal 2017, l’infermiera Dalila Cassinari ci racconta perché ha deciso di lasciare la struttura di via Dei Mille e andare a lavorare in Ospedale.
“Dopo essermi laureata al San Paolo di Milano sono capitata all’Hospice di Abbiategrasso. Uso il termine “capitata” perché non è stata una vera scelta. Avevo inviato parecchi curricula e tra le numerose risposte ricevute mi è balzata agli occhi quella dell’Hospice. Ho subito pensato che in una struttura del genere avrei potuto svolgere davvero il mio compito di infermiera, mentre in altre occasioni che mi venivano offerte il ruolo assistenziale era poco valorizzato. Penso alle proposte di collaborazione ricevute dai vari ambulatori: non volevo iniziare la mia carriera in quel modo!”

Com’è stata questa prima esperienza di lavoro?
Difficile, almeno inizialmente. L’hospice e le cure palliative sono un contesto davvero particolare dove la mancanza di esperienza, l’uso di termini specifici e la difficoltà di comunicazione dei primi mesi mi hanno messo alla prova. Qualche criticità l’ho avuta anche con il modo di operare dei colleghi, i quali da anni lavorano insieme, hanno determinate abitudini e uno standard di assistenza molto alto. Ci tengo a sottolineare questo aspetto: mantenere certi standard non è semplice, anche perché durante il tirocinio non ero abituata ad operare in questo modo.

Spiegati meglio: quali differenze hai notato tra il tirocinio al San Paolo e il lavoro in hospice?
Durante il tirocinio non avevo mai assistito ad una riunione di equipe con tutte queste figure coinvolte. In hospice vi partecipano tutti, ma proprio tutti: medici, infermieri, OSS, psicologi, educatori, assistenti sociali e fisioterapisti. Altro aspetto determinante è la comunicazione con i famigliari della persona malata. Generalmente in ospedale il lavoro è molto centrato sulla cura e sulla guarigione, molta meno importanza è riservata all’aspetto relazionale. Devo essere sincera, all’inizio certe informazioni che i colleghi condividevano, e che riguardavano il famigliare più che il paziente, le percepivo come un’ingerenza eccessiva. Mi sembrava un po’ di ficcare il naso in argomenti riservati che non dovevano competermi. Poi ho capito il valore di queste comunicazioni e quanto l’ascolto porti ad un servizio migliore, orientato sulle esigenze della famiglia, che indirizza un’assistenza che si conclude bene, pur nel dolore. Ci sono poi alcuni strumenti che in ospedale puoi vedere solo in determinati reparti, ad esempio gli elastomeri. Una cosa che mi aveva davvero sorpreso, lo dico quasi come fosse un aneddoto, era il fatto di mantenere la camera in ordine seguendo uno specifico criterio che agevolasse l’autonomia del paziente. All’inizio ero molto concentrata sugli aspetti clinici - terapie e misurazioni - e questa attenzione per l’ordine mi sembrava davvero un’assurdità. Dopo qualche turno ho capito che un aspetto semplice come questo si traduce in un beneficio per la persona ricoverata. E mi sono dovuta ricredere.

Dopo l’attività di reparto sei passata all’assistenza domiciliare. Com’è cambiato il tuo modo di lavorare?
È stata una crescita! Entrare nelle case delle persone ti porta ad essere autonoma e ti responsabilizza, però è anche una fatica. L’organizzazione del lavoro non è semplice perché diventi il punto di riferimento del caregiver. Se dimentichi una cosa non c’è nessun collega che possa intervenire, lo devi fare tu. La reperibilità aumenta il livello di stress e quando le persone chiamano nel cuore della notte le devi tranquillizzarle e, a volte, correre da loro. Inoltre non puoi sfuggire alle domande dei famigliari: in altri contesti puoi rivolgerti al collega, ma al domicilio ci sei solo tu a fornire una risposta. Tutti questi fattori, uniti alla voglia di fare una nuova esperienza, mi hanno portato a tentare il concorso pubblico per infermieri presso l’ASST Ovest Milanese. Concorso che sono riuscita a superare!

Alla fine tocchiamo anche il punto più difficile. Mi riferisco al fatto che tu hai perso entrambi i genitori in hospice. Ti va di parlarne?
Sì, ne parlo anche se non è facile perché ho dovuto mostrare la mia forza senza concedermi un po’ di fragilità. In parte lavorare in hospice mi ha aiutata moltissimo perché certe situazioni le avevo viste negli occhi delle altre persone. Dal punto emotivo non posso negare che sia stata veramente dura, io ero in turno quando papà si stava aggravando e non è stato di certo una bella esperienza. Io ho voluto continuare a lavorare in quei momenti, ho provato ad esorcizzare il dolore concentrandomi su altro, ho anestetizzato l’esperienza proseguendo nella mia quotidianità. Però adesso è giunto il momento di provare qualcosa di nuovo, qualcosa che non mi faccia rivivere la esperienza personale ogni giorno. Tutto questo con una semplice convinzione in mente: l’hospice è stato un trampolino di lancio, non lo dimenticherò di certo.