Le parole del sig. Giuseppe: sono assistito da una banda di pirati!

“Sono nato in Tunisia 70 anni fa da genitori italiani emigrati.” Inizia in questo modo la mia chiacchierata con Giuseppe, un sorridente signore di Bareggio ricoverato momentaneamente nella stanza 11 dell’Hospice di Abbiategrasso. Lo incontro nella mattinata di lunedì, qualche ora prima della dimissione. Giuseppe tornerà a casa per proseguire con le cure domiciliari, anche se mi confessa che in Hospice si è trovato a suo agio.
“I miei nonni, nello specifico i genitori di mia madre, erano degli esperti minatori e lavoravano nelle cave tunisine, ricche di piombo. I genitori di papà, invece, erano dei braccianti arrivati in Tunisia con le valige di cartone. Stavano bene nel paese Nord Africano, almeno fino al 20 marzo 1956, quando il protettorato francese sul governo di Tunisi venne meno e il paese africano dichiarò la propria indipendenza.
Ci allontanammo dal paese diretti in Italia, era il 1961, anche perché il governo aveva emanato nel 1959 una legge sulla manodopera per sostituire quella europea con quella locale e avrebbe successivamente ratificato un’altra legge, nel ’64, sulla nazionalizzazione delle terre agricole con la quale espropriava le terre di proprietà degli stranieri. Papà era un dirigente della Siemens e nel 1961 decise di fare le valige e tornare in Europa.
I miei genitori erano combattuti sull’educazione scolastica che avrei dovuto ricevere. In Tunisia avevo iniziato le scuole francesi ma tornado in Europa i miei genitori erano indecisi riguardo la destinazione finale: Francia o Italia? Optarono per l’Italia, anche se il resto della famiglia si disgregò spargendosi un po’ in tutto il mondo. Da parte di mamma, molti parenti raggiunsero la Francia. Da parte di papà molti dei suoi vennero in Italia. Io ebbi qualche difficoltà iniziale con la scuola dovuta alla lingua. Ero abituato al francese e non fu facile adattarsi all’italiano, però permettimi di dirlo: superai brillantemente lo scoglio della lingua.”

E poi com’è proseguita la tua vita?
Ho fatto il militare per lo Stato Italiano, allora era di 18 mesi e obbligatorio. Ho trovato molti amici e lo ricordo come un periodo piacevole. Successivamente ho iniziato a lavorare per Rusconi Editore facendo l’operaio. Ho avuto la fortuna di lavorare in quel periodo in cui le aziende addestravano i giovani a diventare bravi tecnici. Penso ad esempio alle acciaierie Falk, alla Breda, alla Pirelli o alla Magneti Marelli.

Ora parliamo un po’ del motivo per cui sei in Hospice. Sei a conoscenza della diagnosi?
Certo, io ho sempre voluto sapere tutto fin dall’inizio. Sento che le forze vanno scemando per via della mia gravissima malattia e per il fatto che non riesco a combatterla come vorrei. Ho fiducia nelle persone che mi stanno curando e sono felice di aver incontrato il personale dell’Hospice. Mi riferisco in particolare a Sara, Francesca, Camilla, Lorenzo e Mauro che conosco dal 2019 per l’assistenza domiciliare. Io la chiamo la “banda dei pirati”, e ti dico senza retorica che sono bravissimi.
Mentre stiamo parlando ci interrompe Vladimir, uno dei medici dell’Hospice. “Giuseppe, venerdì mattina passo io a trovarla a casa e facciamo un controllino. Così mi offre il caffè. Le va?” “Certo” risponde Giuseppe “la aspetto volentieri”. Poi si rivolge a me: “Vedi, il rapporto con i vostri professionisti è così. Si invitano a casa, si fanno offrire il caffè e magari rovistano anche nella credenza in cerca di biscotti” ride. Poi continua “sono felice di questo rapporto con il personale dell’Hospice. Spero che rimanga inalterato e prosegua in questo modo anche nei prossimi mesi.”

Tra i tanti membri dell’equipe non ho sentito nominare la dottoressa Florian. Non vi siete conosciuti?
“Certo che la conosco! Pensa che le ho addirittura scritto una lettera di ringraziamento. Era diretta a lei, in quanto medico responsabile, ma rivolta comunque a tutti voi. Volevo sdebitarmi, farvi sapere che ho piena fiducia in voi, nessuno escluso. Con la dottoressa Florian ho pianto un pomeriggio per via della mia malattia. Sempre lei mi ha confortato, mi aiutato, mi ha incoraggiato e mi ha dato modo avere fiducia nel futuro. Detto questo, ti confesso che sono davvero felice di avere questa assistenza e queste persone vicine che mi stanno donando tantissima gioia riempiendomi di attenzioni tutto il giorno.”