Antonella Bernaudo: da psicologa ho scelto l’Hospice per il mio tirocinio

Antonella è una giovane specializzanda in psicoterapia che ha deciso di ampliare le proprie competenze nel campo delle cure palliative. Per farlo ha scelto l’Hospice di Abbiategrasso svolgendo un periodo di tirocinio in affiancamento alla Dott.ssa Giorgia Vacchini.

Ciao Antonella, quale è stato finora il tuo percorso di studi?

Ho iniziato presso l’Università di Perugia conseguendo la laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche, per poi proseguire a Torino con la magistrale in Psicologia clinica e di comunità. Mi sono avvicinata alle tematiche relative al lutto grazie al tirocinio che ho svolto presso il Dipartimento di Psicologia di Torino. Sono stata inserita all’interno di un progetto di ricerca sul tema della perdita perinatale approfondendo in modo particolare l’impatto che questo evento ha sul personale sanitario. Si tratta di un progetto che mi ha molto coinvolto e appassionato: oltre ad essere stato argomento della mia tesi, ho avuto infatti l’occasione di parteciparvi anche nel periodo successivo alla laurea. Questa esperienza di ricerca è sfociata in diverse pubblicazioni scientifiche in ambito nazionale e internazionale, oltre che nel libro “A cerchi concentrici. La complessità della perdita perinatale e le sue perturbazioni” (Gandino, Vanni, Bernaudo, Utet, 2018). Dal 2016 sono abilitata all’esercizio della professione di psicologo. Durante gli ultimi tre anni ho frequentato dei corsi di perfezionamento presso l’Università degli Studi di Brescia e l’Università Erasmus MC di Rotterdam, fino ad arrivare all’attuale del Corso Quadriennale di specializzazione in Psicoterapia individuale, di coppia e familiare presso l’Istituto EIST di Milano.

Sei molto interessata alla ricerca e ti sei occupata di lutto perinatale: per quale motivo hai scelto l'Hospice di Abbiategrasso?

Desideravo approfondire il tema del lutto dal punto vista clinico e le sue ripercussioni sulla famiglia. La morte, che in questo caso segue una malattia non guaribile, mette in crisi l’intero sistema familiare, scatenando un cambiamento consistente e un mutamento di abitudini, ruoli e posizioni. Spesso occorre del tempo prima che i familiari tornino in equilibrio e, per questo, il ruolo dello psicologo risulta cruciale.
Nel mio caso c’è stata anche una spinta emotiva, ossia l’attenzione che viene data al vissuto del paziente e della sua famiglia. È questo il leitmotiv che guida tutte le scelte in cure palliative e che contraddistingue l’approccio dello staff nella cura.
A sostenere la mia scelta è stata inoltre la presenza all’interno della struttura della mia tutor, la dott.ssa Giorgia Vacchini, specializzata presso la Scuola di Psicoterapia che frequento. Insieme a lei sto approfondendo il metodo di lavoro nel contesto delle cure palliative e sto scoprendo, ad esempio, che molto spesso l’intervento psicologico non si rivolge esclusivamente al paziente ma anche alle persone che lo circondano: familiari, operatori e volontari.

Come si svolge la tua giornata in hospice? E come ti organizzi?

Seguo la mia tutor nelle sue attività e sebbene non partecipi fisicamente ai colloqui, lavoro individualmente alla riflessione di alcuni dei suoi casi. Successivamente, ho la possibilità di confrontarmi e di discutere insieme a lei sui diversi aspetti che ci sembrano rilevanti o che intendiamo approfondire. In hospice la mia giornata inizia con le consegne, un momento in cui gli operatori segnalano alla mia tutor i casi per cui ritengono sia necessario un intervento psicologico. Ricevuta la segnalazione da parte dell’équipe, la psicologa contatta personalmente i pazienti o i familiari fissando un colloquio e valutando se sia necessaria una presa in carico.
Inoltre, ho da poco iniziato insieme alla dott.ssa Vacchini la costruzione di un’ipotesi di ricerca che occupa una parte della mia giornata in hospice.

Quali sono le tue aspettative rispetto a questa esperienza di tirocinio?

Spero di apprendere un metodo di osservazione dei casi che sia in linea con quello della Scuola che frequento, cercando di approfondire il tema delle cure palliative sia da un punto di vista teorico che clinico. Allo stesso tempo desidero arricchirmi anche da un punto di vista umano. In hospice non c’è solo il contatto con il dolore o l’ascolto di storie di sofferenza fisica e psicologica. In hospice c’è molto di più: viene data importanza e dignità al malato fino alla fine, cercando di accoglierlo e accompagnarlo, valorizzando le sue risorse residue. Il lavoro dell’équipe è difatti un lavoro che richiede grande umanità ed empatia, oltre che competenze tecniche.