Gli incontri di arteterapia con i pazienti dell’Hospice di Abbiategrasso

A partire dal 2017 i pazienti e i famigliari dell’Hospice possono beneficiare di un servizio che affianca l’assistenza dell’equipe con interventi diversionali quali come la musicoterapia e la pet therapy. Si tratta dell’arteterapia, una via di sostegno e cura che ha risvolti terapeutici. “Le immagini sono un ponte tra corpo e mente che influenzano l’elaborazione delle informazioni e i cambiamenti fisiologici ed emotivi del corpo1”. Partendo da questa affermazione, l’arteterapeuta Elisabetta Caimi ci fornisce un breve resoconto dei suoi interventi dopo circa un anno di attività.

Elisabetta cosa puoi dirci sulla tua attività?

L’arteterapia consente alle persone malate di comunicare attraverso l’elaborato artistico il proprio vissuto. Mi spiego meglio: spesso durante i colloqui con gli operatori le parole non riescono ad esprimere completamente ciò che si prova, e quindi, affiora solo una parte del vissuto del paziente. L’arteterapia permette invece di esprimere attraverso il linguaggio non verbale una parte intima della persona. Ed emergono cose davvero interessanti.

Puoi spiegarti meglio?

Posso fare l’esempio di Silvia, la moglie di un paziente ricoverato per un periodo di sollievo. Presto il marito avrebbe dovuto essere trasferito in un’altra struttura più adatta alle sue esigenze. Questa situazione angosciava Silvia che in Hospice si sentiva protetta, e le sue preoccupazioni sono state trasmesse nel disegno di un girasole. Il fiore appare tetro nei colori ed il centro, invece di raccogliere semi vivi e rigogliosi, sembra contenere piccoli semi secchi.

Raccontaci invece di un’attività diretta con un paziente.

Ricordo bene Lucia, incapace di reggere il pennello perché troppo debole, si è sempre affidata a me fin dal primo incontro. Il suo primo elaborato è stata una scritta, “auguri”, che voleva semplicemente essere un augurio di guarigione per chi soffre. Il secondo rappresentava un ballo, anzi la danza di un Sufi2 in un campo di fiori. Un lavoro che l’ha particolarmente appagata tanto da aggiungere il suo nome sul disegno (un segnale identitario importante). L’ultimo incontro è stato in realtà una trasmissione di sensazioni. Lei era esausta, priva di forze, tanto che oltre a reggerle la mano dovevo interpretare il suo volere dai gesti. La sua idea era di colorare il vento, una bella metafora che fatico a ricondurre ad un’immagine specifica ma che mi riporta ad un’idea di qualcosa di effimero, leggero e inconsistente. Forse l’anima?
Ricordo anche di Elisa che aveva deciso di disegnare un vaso di tulipani per la figlia Virginia un lavoro ben eseguito che la figlia ha voluto lasciare nella stanza dell’Hospice con l’idea che la mamma ne dipingesse un secondo.

Sappiamo che il progetto di arteterapia proseguirà anche nel 2018, cosa ti ha lasciato a livello personale questa esperienza?

Stare a contatto con pazienti inguaribili, ascoltare in silenzio i loro racconti di vita, osservare i lavori realizzati mi ha permesso di vedere la quotidianità con occhi nuovi. Non che ora la morte mi faccia meno paura o parlarne mi metta meno a disagio, però qualcosa è cambiato. La vedo più come una metafora, quasi fosse una stella cadente: "Osservare la morte tranquilla di un essere umano ricorda una stella cadente; una delle milioni di luci di un vasto cielo, che splende improvvisamente per un breve momento, solo per sparire per sempre nella notte infinita.3"

Di seguito alcune immagini dei lavori realizzati dai pazienti

 

    

 

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1 - (Malchiodi 2014. Arteterapia e cura della salute)
2 - (Relig.) chi professa il sufismo (Garzanti linguistica)
3 - Kubler-Ross 2016. La morte e il morire