Educatori in cure palliative? Il tirocinio di Giulia in l’Hospice

L’Hospice di Abbiategrasso ha una peculiarità, è l’unico in Italia con la presenza fissa di un educatore professionale in equipe. Questa caratteristica lo rende un punto di riferimento per gli educatori che vogliono confrontarsi con un’esperienza in cure palliative. L’ultima, in ordine di tempo, ad essersi misurata con questa possibilità è stata la neolaureata Giulia Bergamaschi che ha concluso il suo percorso di studi con una tesi intitolata: Il lavoro educativo in Hospice. L’esperienza della Cooperativa in Cammino di Abbiategrasso. L’elaborato è stato redatto con il supporto di Patrizia Tortora, correlatrice della tesi e tutor di Giulia nel periodo di tirocinio in Hospice.

Ciao Giulia, in cosa sei laureata esattamente e perché hai scelto l’Hospice di Abbiategrasso per il tirocinio?
Ho conseguito da pochi giorni la laurea triennale in Educazione Professionale Sanitaria presso l’Università degli Studi di Milano. Ho scelto l’Hospice per curiosità. Avevo infatti il desiderio di approfondire gli aspetti legati all’ambito educativo in cure palliative dove si ha a che fare con malati inguaribili e con una progettazione che deve fare i conti con un breve periodo di degenza.

Com’è stata questa esperienza?
Molto significativa perché ho appreso tantissimo. Senza presunzione posso dire di essere cambiata anche dal punto di vista umano. Inizialmente avevo qualche timore perché molti nel mio settore pensano non si possa “educare” nelle cure palliative per la brevità del percorso di cura. Oggi posso affermare con fermezza che non è così e sono contenta di poterlo dire.

Quali caratteristiche e quali sono richieste all’educatore in cure palliative?
Ci sono delle tecniche e degli strumenti di lavoro che apprendiamo sia durante il percorso di studi, sia con l’esperienza diretta. Tra queste sono importanti l’empatia, l’ascolto attivo, la flessibilità da utilizzare a seconda dell’individuo con cui ci confrontiamo, il saper attendere, e una corretta e attenta analisi dei bisogni espressi e inespressi che emergono nei colloqui di pre-ricovero. La capacità comunicativa e di condivisione sono fondamentali per operare con il resto dell’equipe. Per quanto concerne le competenze siamo, per così dire, poliedrici. Abbiamo conoscenze sia psicologiche che pedagogiche ma approfondiamo anche aspetti medici che ci permettono di avere una visione globale della persona che riceve la nostra assistenza.

Quali attività hai seguito in Hospice?
L’obiettivo del tirocinio è stato quello di attuare un progetto rivolto alla persona malata. In particolare mi sono dedicata ad una signora di 84 anni che ho seguito da aprile a giugno. In primis ho condiviso con lei le fasi progettuali e ho chiesto il suo permesso a procedere. Le ho da subito illustrato le attività che l’Hospice mette a disposizione dei propri pazienti e mi sono proposta di affiancarla nello svolgimento delle stesse. Stiamo parlando dell’Arteterapia, della Musicoterapia, della Pet Therapy e delle cosiddette attività diversionali (piccoli lavori manuali come confezionamento di braccialetti, addobbi natalizi, biglietti di auguri, ecc.). Mi sono posta da mediatrice tra il professionista che eroga l’attività e la paziente, agevolando la soddisfazione dei bisogni che avevo rilevato e che avevo fissato a margine del colloquio iniziale e dal dialogo quotidiano con lei. L’esito del progetto è stato senza dubbio positivo in quanto la persona malata in fase iniziale aveva una visione estremamente negativa di tutto ciò che le veniva proposto. Al termine delle attività, invece, le esperienze negative lasciavano spazio a quelle positive e le consentivano di ritrovare, seppure parzialmente, quel ruolo che aveva sempre avuto nella sua vita da persona sana. Era sempre stata infatti molto attiva e attraverso questa esperienza si è sentita ancora utile alleviando anche il peso della sua permanenza in Hospice.