Patrizia: la mia esperienza da educatrice in Hospice

Quando si parla di educatore è immediato il riferimento al termine “educare” la cui etimologia - dal lat. educāre, intensivo di educĕre ‘trarre fuori, allevare’, comp. di ĕx-‘fuori’ e ducĕre ‘trarre’ – non lascia molto spazio all’interpretazione. “Allevare”, “trarre fuori” sono parole che creano un immediato e semplicistico collegamento tra la figura dell’educatore e quella dei minori. Molto spesso è così e il ruolo dell’educatore si concretizza proprio in questo ambito. Tuttavia, anche se può sembrare anomalo, all’Hospice di Abbiategrasso l’educatrice Patrizia Tortora fa parte stabilmente dell’equipe della struttura dal 1998. Questa scelta è piuttosto singolare e forse unica su tutto il territorio italiano. Abbiamo chiesto a Patrizia di spiegarci meglio cosa significhi essere educatrice in hospice.

Ciao Patrizia, perché lavori in un Hospice?
Il mio intervento educativo all’Hospice di Abbiategrasso nasce come sfida. Effettivamente non è comune che in una struttura dove ci si confronta quotidianamente con il fine vita si decida di investire sugli aspetti progettuali della persona. Nella realtà, proprio perché la morte è vicina, sappiamo che c’è ancora molto da fare.

C’è ancora molto da fare? Non è una contraddizione?
Assolutamente no! Il compito dell’educatore in cure palliative è ricercare e favorire tutte quelle situazioni in cui il paziente terminale (un parola che nelle cure palliative cerchiamo di non usare) possa sentirsi ancora “vivo”. È importante che il malato si senta accolto e ascoltato nonostante la malattia e la sofferenza. Per l’educatore in hospice “prendersi cura del paziente” significa consentire l’espressione delle emozioni per tutto il tempo necessario affinchè emergano le risorse e le energie positive per poter andare avanti nel faticoso percorso della malattia.

Nei confronti dei famigliari, invece, che ruolo ha l’educatore?
Si pone come facilitatore tra il paziente e i suoi famigliari in particolare nelle situazioni in cui la relazione è faticosa e ci sono aspetti legati alla diagnosi e alla prognosi che il paziente non conosce fino in fondo. Con i famigliari è importante legittimare quello che stanno vivendo senza fornire alcun giudizio così da sostenerli anche nei momenti di crisi.

Come trovi le persone al momento dell’ingresso in Hospice?
Utilizzo un’espressione forte per descrivere le persone malate che entrano in Hospice. Di solito sono “devastate” da una perdurante stanchezza fisica e psicologica dovuta sia alla malattia che alle lunghe degenze in Ospedale. Spesso riscontro un sentimento traumatico dovuto all’abbandono terapeutico e alla perdita di dignità. Nel mio lavoro cerco di far sentire al paziente l’empatia delle persone che lo circondano, di fargli capire che partecipano al suo dolore e lo comprendono fino in fondo. Per fare questo non mi posso permettere di fingere. L’unica comunicazione possibile è quella autentica che prevede un ascolto attivo e attento a tutto ciò che è il linguaggio non verbale.

Secondo la tua esperienza, ci sono educatori che si interessano al settore delle cure palliative?
Certamente. Da qualche anno a questa parte riscontro un interesse crescente in questo ambito. Un buon indicatore è l’aumento del numero di tirocini che ho potuto seguire in qualità di tutor. Un’esperienza che amplia le competenze degli studenti e che personalmente mi arricchisce molto. Uno degli ultimi, quello con Giulia, è stato particolarmente soddisfacente. Sono stata contenta di collaborare con lei alla stesura della relazione di tirocinio e di essere stata citata nella sua tesi di laurea.