Parlare di morte e malattia con i bambini è davvero possibile?

Parlare di argomenti scomodi con i più piccoli è sempre complicato. Che si tratti di educazione sessuale, di problemi adolescenziali o di lutto e malattia non è mai semplice. Se per alcuni temi il tabù sembra in parte superato, si veda ad esempio il sesso o le dipendenze, quando si affrontano argomenti legati a morte o malattie il muro è ancora alto e difficile da abbattere. Eppure stiamo considerando un aspetto fondamentale con cui ognuno nel corso della vita dovrà necessariamente misurarsi. Se la scomparsa di un nonno è più facilmente accettabile, come ci comportiamo davanti alla perdita di una giovane mamma, di un papà o quando ad andarsene è un compagno di scuola? Lo abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta Giorgia Vacchini che insieme alla Dott.ssa Azzetta fa parte dell’equipe dell’Hospice.

Come mai gli adulti spesso sono in difficoltà nel parlare di malattia inguaribile e perdita con i bambini?
È sempre diffusa la convinzione che la morte e la malattia siano “questioni da grandi” e che non discuterne garantisca una sorta di protezione ai più piccoli su argomenti che prima o poi dimenticheranno. A volte gli adulti credono che i bambini non siano in grado di comprendere e che quindi sia inutile parlare con loro di malattia e morte. I genitori, ma anche gli insegnanti, sono portati a pensare che non parlarne eviti al bambino un’inutile sofferenza.

Quali sono le parole da dire ad un bambino che sta perdendo un familiare?
Questa è una domanda che frequentemente ci viene rivolta. Non c’è una risposta univoca perché non esistono frasi costruite ad uso e consumo per chi si trova in questa condizione. Non c’è un giusto e sbagliato: ogni bambino è diverso dagli altri, così come unica è la sua famiglia che è caratterizzata da relazioni e linguaggi all’interno dei quali i bambini crescono e si riconoscono. Nessuno comprende il proprio figlio meglio di una madre o di un padre, di conseguenza sono loro le persone più indicate per queste comunicazioni. I genitori conoscono il carattere dei propri figli e il modo migliore di approcciarsi, trovando così le parole più adatte affinché capiscano quello che vogliono comunicargli. Ovviamente bisogna considerare l’età del minore e il rapporto che ha con la persona malata: un conto è perdere uno zio che si vede un paio di volte all’anno, un altro è perdere un genitore. Un padre o una madre che discute quotidianamente con il proprio figlio sarà più facilitato ad affrontare un tema così delicato come la malattia inguaribile e la perdita rispetto a chi fatica a condividere anche le cose semplici del quotidiano. È importante dare informazioni non complicate e vere rispetto alla malattia inguaribile e alla perdita. È bene che il minore comprenda che è una patologia per la quale non ci sono medicine, non è come una semplice influenza. Spesso si fa fatica ad usare la parola morte, gli adulti preferiscono le metafore. Normalmente si dice che “è in viaggio” ma questo presuppone un ritorno e di conseguenza si può alimentare nel bambino la falsa credenza che in futuro il familiare possa tornare. È bene ricordare che i bambini hanno un pensiero concreto e prendono alla lettera le parole che utilizziamo.

Ma bisogna dire sempre tutto e subito?
Assolutamente no! La comunicazione è un processo che si sviluppa nel tempo. Può essere interessante, se il minore non fa domande e appare triste o arrabbiato, chiedere se c’è qualcosa che non va; se invece è lui a porre interrogativi possiamo partire da quello che sa già della malattia per poi arrivare ad un più ampia comunicazione in cui spiegare cosa sta accadendo in famiglia. Quello che suggeriamo è fornire le informazioni passo dopo passo, magari in parallelo all’evolversi della malattia. Una volta compiuto il primo step, ossia aver iniziato a parlarne, è il bambino che vedendo l’adulto disponibile si interrogherà e farà a sua volta delle domande. La comunicazione è un percorso che non ha una fine stabilita a priori, potrebbe infatti capitare che il bambino dopo qualche tempo ponga nuove domande. In occasione di terapie invasive e molto impattanti sulla sfera fisica – ad esempio quando un genitore affronta la chemioterapia – è evidente che i più piccoli si rendano conto dei mutamenti in corso. Magari non ne capiscono la ragione, ma certamente colgono l’affaticamento, la sofferenza o altri segni evidenti di quella terapia.

Si dice, in questi casi, che il silenzio è d’oro. È davvero così?
Il silenzio non è d’oro ma al contrario può essere un boomerang. Noi adulti siamo chiamati a parlare con loro ricordando che la realtà ha dei confini, la fantasia no. Il silenzio su questi argomenti è molto rischioso perché può portare i più piccoli a sviluppare delle fantasie distorte che non corrispondono a quanto sta accadendo realmente. I minori si interrogano sui comportamenti che osservano in famiglia: “Perché nessuno parla?” “Perché mamma sembra sempre triste?” “Perché papà dice di essere stanco e non vuole più giocare con me?” I più piccoli si sentono al centro della vita familiare e il rischio è che sviluppino l’idea di essere colpevoli di qualcosa che sta avvenendo, perché percepiscono in casa un clima diverso a cui non sanno dare un nome. Quando la famiglia sceglie il silenzio sono frequenti gli episodi in cui emergono sensi di colpa che ritroviamo in frasi del tipo: “La mamma non sta bene perché io non mi sono comportato bene” oppure “Papà si è ammalato perché non sono stato bravo a scuola”. Altre manifestazioni di malessere possono presentarsi sul piano comportamentale con scatti di rabbia, insonnia o ad esempio con un calo del rendimento scolastico.

Perché la scuola e gli insegnanti vanno coinvolti?
La scuola e gli insegnanti sono un punto di riferimento nella vita dei bambini. Quando c’è una malattia o un lutto cambiano molte cose nella quotidianità. L’ambiente scolastico rimane un punto fermo quando tutto intorno alla vita dei bambini muta: pensiamo ad esempio se si ammala il nonno che si occupava del minore nel pomeriggio, che lo andava a prendere a scuola, lo portava a calcio, all’oratorio o lo aiutava nei compiti. Gli insegnanti, che trascorrono moltissimo tempo con gli alunni, andrebbero informati rispetto a quanto la famiglia sta vivendo, inoltre sono risorse preziose perché possono segnalare alla famiglia dei comportamenti che il bambino in precedenza non aveva messo in atto e che possono essere legati alla situazione che sta vivendo a casa. Per questo abbiamo pensato al progetto “Il silenzio non è d’oro. Parlare di perdita e di malattia con i minori”, già realizzato nelle scuole di Abbiategrasso, che a novembre porteremo a Bareggio. Tra le attività finanziate dalla Fondazione Ticino Olona è previsto l’avviamento di uno sportello psicologico a cui i docenti possono rivolgersi nei casi di malattia inguaribile o lutto. L’iniziativa ha l’obiettivo di formare insegnanti e genitori affinché abbiano gli strumenti per affrontare questi argomenti perché talvolta, come disse Attanasio, il silenzio è un testo facile da fraintendere.